Vai al contenuto

“RESILIENTI” … A CONTE

L’ha fatto di nuovo? No, dai, non ci credo! Mezz’ora e più di conferenza stampa e … niente? Ma se sono stati chiusi là dentro una settimana, qualcosa avranno partorito, no?
Abbiamo iniziato sabato scorso” spiega Conte “abbiamo ragionato del quadro europeo, del quadro mondiale, dell’economia e dei suoi trend …

Conte in conferenza stampa a Villa Pamphilj

Conte in conferenza stampa a Villa Pamphilj

Ok, e poi? “Poi abbiamo continuato ascoltando per 85/90 ore, “continuativamente”, organizzazioni sindacali, mondo dell’industria, del commercio, dell’artigianato, terzo settore, regioni, provincie, comuni, imprese bancarie e assicurative, aziende pubbliche ma anche private, esponenti della cultura, del teatro, del cinema, della musica, dello spettacolo e tanti cittadini … e da ultimo i rappresentanti delle associazioni delle professioni sanitarie“.
Va bene, li avete sentiti tutti … e?
Ci è stata restituita tanta energia e abbiamo toccato con mano tanto ingegno, tanta determinazione, tanto genio italico, tanta resilienza …
Mi sta venendo l’orticaria … E quindi?
Permettetemi di mandare un abbraccio ad Alex Zanardi, esempio della migliore Italia, che sa esprimere non solo grandi campioni ma anche grandi uomini. Siamo con lui!“.
Zanardi? Si vabbèé siamo tutti con Zanardi … ma che c’entra adesso? Insomma, che avete deciso?
E’ stato un confronto all’insegna della concretezza, della franchezza e dell’operosità. Ci siamo detti tante cose, abbiamo parlato di progetti concreti e ci siamo detti anche cose che non vanno“.
Ma chi era il conte Mascetti (quello della “supercazzola”, per inciso) al cospetto di costui? Andiamo avanti …
Abbiamo discusso su due piani diversi: abbiamo parlato di alcune misure che servirebbero nell’immediato” (non cita quali ma dice che “il governo continua a monitorare la situazione attuale, l’emergenza economica e sociale che stiamo vivendo”) e poi “abbiamo presentato il Piano del Rilancio che avevamo già elaborato nei giorni precedenti l’incontro; e così abbiamo rivolto lo sguardo al futuro“.
Oh … e che c’è in questo Piano del Rilancio?
Prima di dirlo aggiunge che (proprio vero, non c’è limite al peggio!) Alessandro Baricco, nel suo intervento, ha detto che “abbiamo aperto all’impossibile il panorama della nostra mente, abbiamo allargato all’impensabile il raggio della nostra azione!“.
Poi, a chi è sopravvissuto, spiega che il Piano “non è una semplice raccolta di riforme … ci siamo resi conto, in questi giorni, che non è sufficiente riformare il Paese; noi dobbiamo reinventare il Paese che vogliamo“.
Giuro, fra un po’ ululo!
Abbiamo individuato tre grandi obbiettivi: modernizzare il Paese, lavorare per una robusta transizione energetica e lavorare per rendere l’Italia più inclusiva“.

La resilienza

La resilienza

Nel primo ci sta dentro un po’ di tutto, dall’alta velocità ai pagamenti digitali per contrastare l’economia sommersa, dalla fibra ottica ovunque alla riduzione della burocrazia; nel secondo c’è “Impresa 4.0 Plus” (giuro, l’ha chiamato così!), un progetto per “favorire le imprese che mostreranno una vocazione per la digitalizzazione, per il green e per l’intelligenza artificiale” (più uno strano discorso sui distretti dell’economia circolare anziché lineare); nel terzo la riduzione del cuneo fiscale, il “contrasto alla povertà educativa“, l’università, la ricerca, la scuola e la formazione continua. E poi c’è “un voucher di 500 € per tre anni per le donne manager“.
E il Recovery Plan? “Lo presenteremo a settembre“.
Basta, la parola passa ai giornalisti: che fanno, ovviamente, domande concrete (abbassate l’Iva? Dove prenderete le risorse? I partiti della maggioranza sono d’accordo su tutto? A luglio che fate?). Le “risposte”? Sono in linea con quanto detto in precedenza (“faremo, vedremo, valuteremo …“) e niente più.
Giuro, oggi li prendo, uno per uno, e vado a vedere che caspita hanno scritto dopo aver ricevuto delle “risposte” così!

 

NESSUNO TOCCHI MONTANELLI

Contestualizzare e storicizzare. Questo è ciò che chiunque dovrebbe fare di fronte a un fatto del passato. Che può essere bello o brutto, accettabile o meno ma, in quanto passato, va inserito nel contesto in cui si è sviluppato (questa è in sostanza la definizione di contestualizzare) e quindi storicizzato (cioè concepito come processo storico).
Dopo queste operazioni, ci si troverà sicuramente di fronte a situazioni diverse dall’attuale e molto probabilmente oggi non più accettabili.
Purtroppo raramente si adotta questo tipo di approccio, cosa che di fatto falsa la lettura di questo o quell’evento; se poi quest’ultimo lo si strumentalizza, spesso in malafede, per perseguire altri obbiettivi, non solo si amplifica il danno ma si distorce la realtà.

La statua dedicata a Indro Montanelli a Milano

La statua dedicata a Indro Montanelli a Milano

E’ il caso di Indro Montanelli, maestro del giornalismo italiano e autore di pubblicazioni storiche di grande importanza.
Per chi, come il sottoscritto, lo ha sempre seguito (pur non condividendo le “posizioni politiche” dell’ultimo periodo), rischiando anche, in tempi che chi oggi lo critica nemmeno ricorda o conosce, a girare per le strade con una copia de Il Giornale sotto il braccio, vederlo descritto come “antidemocratico, fascista, razzista, suprematista, machista, stupratore, pedofilo, assassino, mentitore” e via elencando è cosa a dir poco inaccettabile.
Nel merito, è vero, Montanelli, nel 1935 partecipò alla guerra d’Etiopia, e fu, col grado di sottotenente, al comando di un battaglione coloniale di àscari (eritrei inquadrati come militari regolari nelle forze coloniali italiane in Africa).
Fu allora che, secondo gli usi e i costumi del tempo e di quei luoghi, comprò e sposò una ragazzina eritrea, che restò con lui fino al termine della guerra.
Montanelli ai tempi aveva 25 anni, Destà (questo il nome della ragazzina) ne aveva 12 (14 in altre versioni).
Ora, Montanelli non ha mai negato la cosa, anzi, il fatto è noto perché fu lui stesso a parlarne, in più occasioni, precisando che “quella era la realtà ai tempi in Abissinia”.
Una terra dove, ancora nel 1935, le donne si sposavano a 12 anni (a 16, se non l’avevano ancora fatto, venivano “viste male”) e procreavano molto presto visto che l’aspettativa media di vita era di circa quarant’anni.

Elvira Banotti e Indro Montanelli

A sinistra, Elvira Banotti, a destra Indro Montanelli

Una situazione che anche la giornalista e attivista femminista Elvira Banotti (che nel 1969, nella trasmissione televisiva “L’ora della verità”, lo accusò pubblicamente di aver “violentato questa ragazzina”) certo conosceva, visto che era nata in Eritrea dove suo nonno aveva sposato una donna del posto. Montanelli rispose che non c’era stata proprio alcuna violenza, tant’è che Destà, poi andata in sposa al suo “bulukbashi” (l’assistente militare di grado più elevato), al primo dei suoi tre figli, nato due anni dopo, diede il nome di Indro.
Tutto ciò premesso, che senso ha oggi condannare Montanelli e imbrattare la sua statua dimenticando (o facendo finta di non ricordare o, ancor peggio, “sfruttando l’occasione per …”) ciò che lui è stato per un fatto che, come detto più sopra, è certo da contestualizzare e storicizzare?

 

IL RISOTTO SENZA SENSO DI MICHELE SERRA

Ho letto due o tre volte il pezzo di Michele Serra ma l’impressione iniziale è rimasta invariata: che risotto senza senso! A dire il vero, non è la prima volta che Serra parte da un punto per finire in un altro che c’entra poco o niente ma tant’è … evidentemente gli argomenti di cui dispone sono quelli.
amaca-m-serraPremessa: sulla follia di correre dietro a smartphone di ultima generazione anche se non si ha di che vivere … come si fa a non essere d’accordo? Se il “risvolto socio-culturale del quale varrebbe la pena di discutere” fosse questo la discussione non potrebbe che essere breve: è a dir poco lapalissiana, infatti, l’assurdità di un simile comportamento. Con una, giusto un filino polemica, annotazione: se il paragone riso-smartphone fosse voluto in virtù dell’analoga provenienza di questi prodotti, potrei anche dire che sarei ben felice di acquistare telefonini, computer & c. di casa nostra … se un De Benedetti non a caso non avesse a suo tempo distrutto l’industria informatica italiana (e non occorre essere eporediesi per capire cosa voglio dire).
Diciamo però che questo non è l’argomento del contendere e torniamo quindi all’assunto iniziale: “L’invasione del riso cinese mette a dura prova il riso italiano“. Sarebbe come minimo logico attendersi, con un inizio così, una presa di posizione a favore delle nostre aziende, del nostro sistema produttivo … e invece no, la cosa viene più o meno bollata come un vezzo un po’ snob e un po’ da “fighetto” di chi non ha di meglio da fare.
Bene, io vorrei sapere come funziona la testa di una certa “intellighenzia” di sinistra, di cui, ovviamente, considero Serra facente parte. Anziché, infatti, scagliarsi contro logiche di mercato che non possono che provocare, in ultima analisi, chiusure di aziende e aumento della disoccupazione, ci si perde, in difesa del libero mercato e della globalizzazione (che dovrebbero invece essere argomenti della destra capitalista), negli sterili discorsi di cui sopra, tralasciando (o meglio, riducendolo a una parentesi, ovvero l’iniziale “verifiche sui pesticidi: zero“) l’aspetto salutistico che pure, con ciò che viene prodotto in estremo oriente non è proprio argomento di secondaria importanza.  Non una parola, poi, sulle condizioni dei lavoratori che, in quei paesi, sono a dir poco indietro di due o tre secoli. Cos’è, essendo questi stati socialisti o di derivazione socialista l’argomento è tabù?
riso-euIl problema è ovviamente ben più grave e complesso di quanto Serra, con straordinaria superficialità, asserisce: al di là degli aspetti “socio-culturali” di cui sopra (basterebbe un po’ di buona volontà e giusta comunicazione e certe storture si raddrizzano), in gioco c’è il futuro di un altro dei settori trainanti della nostra economia. E’ la nostra agricoltura, messa in ginocchio da regole assurde (prima fra tutte l’apertura indiscriminata dei mercati) volute da questa Unione Europea; un “non Stato” (avendo come esempio gli Stati Uniti d’America) che, come ho già detto più volte, non difende i propri confini, il proprio sistema produttivo e la propria gente. Un “non Stato” che detta regole e distribuisce sanzioni di continuo ma dove ognuno, in tema di politica economica, di politica estera e di difesa, fa ciò che vuole. Oggi l’argomento è il riso piemontese e veneto, ieri erano le melanzane sicule, l’altro giorno gli agrumi di Calabria, da sempre il latte delle fattorie della pianura padana. Questo è il problema, caro Serra, altro che sterili storielle “socio-culturali” … se ci fossero ancora i nostri nonni contadini, sarebbero già venuti col forcone a Roma come a Bruxelles a cacciar fuori questa manica di incapaci: ma quelli erano altri tempi, vero?

 

A CHE SERVE QUESTO POST?

zaiaSe c’è una cosa che di Facebook mi ha sempre colpito, è la superficialità della maggior parte dei commenti che qui vengono postati. Il gioco è semplice: si prende una frase, sicuramente poco felice, di questo o quel personaggio, la si “decontestualizza”, e il gioco è fatto! Vai con commenti su commenti in cui tutti si scagliano contro questo, il suo partito e tutti quelli che lo votano.

Ora, premesso che io continuo a NON essere della Lega e che a Pompei non ci sono solo “quattro sassi” bensì un sito archeologico unico al mondo, volete sapere come stanno le cose?

Bene, siamo nel 2010 e il Veneto (l’area Padova-Vicenza-Verona) è stata colpita da un’alluvione che ha causato molti danni. Della cosa si sono fatti carico Napolitano, il premier Berlusconi e il ministro Bossi ma i soldi per aiutare gli agricoltori della zona non sono ancora saltati fuori.

Interviene il governatore del Veneto, Zaia, che propone “di versare l’ acconto Irpef di novembre direttamente al Commissario per l’ emergenza“; cosa che fa “inorridire” l’apparato economico del governo, che già allora di soldi ne vorrebbe di più, altro che incassarne di meno.

E’ a quel punto che il presidente leghista sbotta e si scaglia contro i suo stessi alleati dicendo che, di fronte al Veneto in ginocchio, “c’è chi pensa di spendere 250  milioni per quei quattro sassi di Pompei: una vergogna“.

pompei1Siamo d’accordo, la vergogna è definire “quattro sassi Pompei”, non il contrario: è però altrettanto vergognoso ciò che in quello stesso periodo sta succedendo nel centro archeologico campano, dove sprechi, scandali e interventi della magistratura sono ormai all’ordine del giorno. Pompei sembra ormai un pozzo senza fondo, dove i soldi non bastano mai eppure si perdono o si rischiano di perdere importanti finanziamenti comunitari. Per quale motivo? Opere non fatte o fatte male o mollate lì perché il vecchio sistema di cominciarle con una cifra e poi di rifinanziarle in corso d’opera … non funziona più. Basta un’occhiata alla relazione dell’allora commissario per l’emergenza di Pompei, Marcello Fiori, per rendersene conto.

Da allora (novembre 2010) a oggi, a Pompei è cambiato poco: i soldi continuano a non bastare, le opere ferme sono sempre lì e i crolli si ripetono. Una situazione talmente ingestibile che, per portare avanti il progetto “Grande Pompei” (e non perdere altri fondi europei), l’incarico è stato affidato a un generale dei Carabinieri, “noto per la sua efficienza“.

Se volete approfondire l’argomento, leggetevi questo articolo del Corriere della Sera (NON della Padania) … è di poche settimane or sono. In conclusione, tutto ciò premesso … “cui prodest” questo post oggi, così “ricostruito”, a quattro anni di distanza? Non ci sono nemmeno elezioni in vista!

Un bambino guarda attraverso le macerie della Domus dei Gladiatori di Pompei crollata a causa delle forti infiltrazioni d'acqua e della pesante copertura in cemento armato costruita negli anni cinquanta nel corso di un restauro

Un bambino guarda attraverso le macerie della Domus dei Gladiatori di Pompei crollata a causa delle forti infiltrazioni d’acqua e della pesante copertura in cemento armato costruita negli anni cinquanta nel corso di un restauro

PER L’EUROPA MA CONTRO QUESTA EUROPA

Ve lo dico subito, oggi ce l’ho con i “sacerdoti del non voto”. E visto che non ho voglia di fare discussioni ovunque, scrivo sul blog come la penso al riguardo e … la chiudiamo lì.
Prima cosa: oggi è un giorno importante: non solo perché si vota (le elezioni, per come la vedo io, sono sempre importanti) ma perché si vota per l’Europa; ed è l’unica, l’ultima occasione che abbiamo per cambiare questa Europa. OGGI (e lo dico da europeista convinto, anche se la cosa può sembrare un paradosso), DOBBIAMO VOTARE CONTRO QUESTA EUROPA.
Al capezzale dell'EuroDobbiamo votare contro l’Europa della finanza, contro l’Europa delle banche, contro l’Europa dei burocrati … contro questa enorme e insensata fabbrica di regole e regolamenti che sta uccidendo tutti, anche i paesi dell'”area germanica”, che per adesso stanno ancora benissimo.
Dobbiamo votare contro un’Europa che c’è solo quando fa comodo a qualcuno (la finanza di cui sopra, per esempio) ma che non difende i propri confini, non difende i propri Paesi, non protegge i loro prodotti e i loro apparati produttivi e promuove un “mercato libero” a senso unico, dove qui viene chiunque ma all’estero … tutti in ordine sparso e senza regole comuni.
Dobbiamo votare contro un’Europa dove qualcuno, a Bruxelles come a Strasburgo o in Lussemburgo (altra cosa, questa delle sedi plurime, da manicomio!), decide così, sulla carta, cosa dobbiamo fare (e ci sanziona pesantemente se non lo riusciamo a fare) e poi ogni Stato fa per conto suo; l’Europa delle mille politiche economiche, l’Europa delle mille politiche estere, l’Europa dei mille eserciti.
Eserciti che, quando servono, non sappiamo nemmeno come usare: in Bosnia “ci vai tu, no io no“, in Afghanistan “ci andiamo tutti” ma poi ognuno se ne viene via per conto suo e, quando fa comodo a qualcuno (quelli di cui sopra?), “a bombardare la Libia ci vado io senza nemmeno dirtelo” e in Ciad … altro che Europa, la Francia si muove come se l’Africa Occidentale Francese esistesse ancora!
euro-crack-europaPerò tutti noi dobbiamo fare i “compiti a casa” per benino: comprare gli F35 (sennò chi la sente la lobby degli armamenti?), mettere sempre a disposizione le nostre basi e quando serve, subito in prima fila in questa o quella “missione di pace”; ma se capita che un paio di nostri soldati (per esempio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone) si trovano nei guai … “eh, quello è un problema vostro!“.
Questa non è l’Europa che tutti abbiamo sognato: l’Europa dei popoli, l’Europa che ti fa venir voglia di dire “io sono Europeo” piuttosto che Italiano, Francese o Spagnolo. Questa è un’Europa dove i Francesi sono francesi e basta, gli Inglesi se ne stanno per i fatti loro e i Tedeschi pensano di essere loro che tirano avanti la baracca, tutti da soli. E’ la Germania il problema dell’Europa, non il contrario! Non può essere “normale” che, in una federazione di stati, uno “va a mille” e altri venti sono alla fame! Forse che negli Usa la California se ne frega se l’Utah è in difficoltà?
Seconda cosa: nelle elezioni si dice tutto e il contrario di tutto ma si votano dei simboli dietro cui ci stanno dei nomi e dei cognomi. Per cui, PER VOTARE CONTRO QUESTA EUROPA, BISOGNA VOTARE CONTRO QUESTE PERSONE, senza farsi abbindolare dai loro bei discorsi di circostanza. In questa campagna elettorale tutto l'”apparato a sostegno dello status quo” (da Napolitano in giù) è intervenuto facendo gran bei discorsi. Ancora ieri, in piena “pausa di riflessione” il Corriere della Sera (la voce dell’apparato?) titolava “In Olanda euroscettici in calo” … ma guarda, un paese dell’area tedesca che è contento perché a loro le cose vanno bene … proprio una notiziona!
Oggi bisogna votare contro chi ci ha portato in questa situazione, contro chi ha inventato questo Euro, contro chi ha fedelmente eseguito gli ordini di … quelli che ho messo più sopra fra parentesi.
Il fronte purtroppo è, come sempre, diviso: in Italia contro sono i 5 Stelle, la Lega, Fratelli d’Italia …
in Francia c’è il Fronte Nazionale, in Gran Bretagna l’UKIP, in Grecia Syriza e Alba Dorata, in Olanda il Partito olandese per la libertà e in Germania (sì, persino in Germania) c’è Alternativa per la Germania. Sigle diverse ma programmi che, con un po’ di buona volontà, potrebbero “dialogare fra loro”.
Che è ciò che l’apparato teme di più; per cui via con le solite accuse: questi sono fascisti, quelli razzisti e questi altri vogliono solo distruggere …
BISOGNA VOTARE CONTRO PER RIPRENDERCI LA NOSTRA EUROPA!
Eccomi nuovamente ai “sacerdoti del non voto”. Vista l’importanza di tutti i discorsi fin qui fatti e della posta in gioco, che dire a quelli che si vantano di non andare a votare? E che magari ti invitano a fare altrettanto presentando la cosa come la “genialata massima”, la panacea di tutti i mali? “Così gliela faccio vedere io!” … Cosa gli fai vedere, cosa! Se non vai a votare, fai il gioco dell’apparato, punto e basta. Decidono quelli che votano, non quelli che non votano. Anzi, sai che succede se aumenta l’astensionismo? Il giorno dopo li senti tutti (quelli che non hai votato ma che, guarda caso, sono sempre lì … cosa che pur dovrebbe far venire qualche dubbio, no?) lì impegnati a far finta di capire le ragioni del “non voto”, lì a spiegare che “dobbiamo operare per recuperare la fascia del malcontento” … Ovviamente non faranno assolutamente nulla di tutto ciò, perché a loro quei voti mancati vanno benissimo: “meglio non dati che dati ai nostri avversari“. 
ANDIAMO A VOTARE: L’EUROPA (MA   N O N   QUESTA EUROPA) E’ IL NOSTRO FUTURO!

PROPRIO TUTTI I TORTI NON LI HA …

E’ VERO, E’ UN PARADOSSO … MA IN SENSO CONTRARIO!

In questi giorni la rete si è riempita di commenti che stigmatizzano le dichiarazioni rilasciate da Ester Bonafede, assessore al Lavoro della Regione Sicilia, che si è pubblicamente lamentata del suo stipendio netto, pari a ben … 5.440 euro al mese.

Dal suo punto di vista, proprio proprio tutti i torti non li ha … Secondo il lancio Ansa di ieri (uso questo perché depurato dello “scandalismo” ormai dilagante su Facebook), si vede che in realtà l’assessore lamenta il fatto che, per gli effetti della delibera applicativa della “spending review” voluta dal presidente Crocetta, ci si è ritrovati “al paradosso che un assessore regionale guadagni meno del suo capo di gabinetto, meno di un deputato e, in certi casi, perfino di un commesso“.

E’ vero, questo è un paradosso. In senso contrario, però. E’ infatti assurdo che un impiegato della Regione Sicilia guadagni più di 5.000 euro netti al mese … Uno stipendio del genere si potrebbe forse provare a capirlo per il responsabile (o uno dei) di più alto livello della Regione … ma un commesso no, proprio no. E stiamo parlando della Sicilia; perché se ci mettessimo a guardare cosa guadagnano i commessi della Camera e del Senato, gli impiegati dei diversi ministeri, i funzionari delle regioni, gli esponenti di più alto livello delle Forze Armate e via elencando …

La verità è che il problema dell’Italia non sta “solo” nei circa 1.000 parlamentari che guadagnano veramente troppo (e che poi, di conseguenza, prenderanno troppo di pensione) … E’ che tutt’attorno a questi, a Roma come in Sicilia e in tutte le altri parti d’Italia, ci sono migliaia e migliaia e migliaia di burocrati che guadagnano altrettanto o poco di meno, visto che il loro stipendio (e quindi la loro pensione), ai tempi, fu calcolato parametrandolo a quello dei parlamentari.

Questi non li tocca nessuno (per ora), motivo per cui i politici ora si atteggiano a “vittime sacrificali”. Balle! E’ tutto l’apparato che va ridotto ma drasticamente, non con il bisturi … altro che “diritti acquisiti”!

e-bonafede-assessore-regione-sicilia

LA BONINO? GRAZIE, ABBIAMO GIA’ DATO!

LA “MANCATA RICONFERMA” DELL’ESPONENTE RADICALE AGLI ESTERI

Per quanto mi riguarda, posso dire che il “mea culpa” l’avevo già recitato mesi or sono, con l’articolo “Alla Bonino stare al Governo fa male“.
bonino-sorrisoEravamo a settembre 2013 e l’esponente radicale, che mesi prima (confesso!) avrei anche visto bene alla Presidenza della Repubblica, aveva suscitato non poche perplessità per quel suo muoversi secondo una logica tutta sua, non concordando né condividendo praticamente nulla di ciò che faceva. Non solo: il ministro continuava a essere clamorosamente assente nella risoluzione di situazioni che, a rigor di logica, avrebbe dovuto seguire in prima persona.
Come il caso dei nostri due Marò in India che, dopo la figuraccia con cui si era chiusa l’infausta stagione del governo Monti, avrebbe come minimo dovuto avere la priorità nell’agenda del nuovo ministro degli Esteri.
Invece no. La Bonino, prima e dopo quella data, su questo argomento ha sempre brillato per la sua assenza e solo all’ultimo (a dirla tutta, quando il rischio di essere sostituita, con la caduta di Letta, era ormai diventato più che reale) si è “agitata” a cercare un coinvolgimento internazionale che si sarebbe potuto avere ben prima.
bonino-kazakoNotevole era però stata anche la sua “non presenza” nel caso dell’espulsione della moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov; come pure “di rilievo” sarà la sua “inefficacia” nel caso dei bimbi congolesi regolarmente adottati da famiglie italiane e ingiustificatamente trattenuti in Congo (e lì, fra lei e la Kyenge, ministro italiano di origini congolesi, molti si sono chiesti chi era opportuno buttare prima a mare …).
Per contro in questi mesi il nostro ministro degli Esteri non ha esitato a prendere posizione (non richiesta) contro “il possibile utilizzo strumentale della giustizia, in Egitto, nei confronti dei Fratelli Musulmani”, a dire la sua sulla crisi siriana e a suggerire ai libici, alla vigilia dell’elezione della loro assemblea costituente, di “prendere in mano il loro destino astenendosi da inammissibili iniziative violente che comprometterebbero il loro futuro“. Forse tanto interesse per i paesi arabi del Mediterraneo era da far risalire al tentativo di trovare una soluzione all'”emergenza clandestini” che pesava sull’Italia nello stesso periodo? Macché, non si ha notizia di alcun intervento del nostro ministro diretto a fermare le partenze dei barconi verso le italiche coste. Probabilmente era troppo impegnata a baciare e abbracciare il giornalista de La Stampa, Domenico Quirico, liberato dopo cinque mesi di prigionia in Siria o a pianificare i suoi successivi viaggi.
Come quello in Iran, fatto come sempre senza nemmeno avvisare (non dico consultare) i partner europei, dove aveva esibito il velo in perfetto spregio di chi (la studentessa Neda Soltani, per esempio) era da poco stata trucidata nelle strade di Teheran mentre manifestava il proprio diritto a non indossare lo chador; bonino-maroo quello in Ghana e Senegal per fare il punto “sui dossier regionali e sulle tematiche onusiane”, per preparare il quale aveva anche delegato a un semplice funzionario la partecipazione alla riunione Europa – Asia (presenti ben 37 ministri degli Esteri di altri paesi!) svolta il 12 novembre a Delhi (Delhi, in India … è forse questo il motivo dell’assenza?).
L’ultimo viaggio, invece, dovremmo essercelo risparmiato: la Bonino avrebbe dovuto farlo a marzo, in Uruguay, per partecipare a un convegno sul tema “marijuana libera” … ovviamente senza aver condiviso né concordato nulla in Parlamento o all’interno del Governo.
Ora, è davvero da chiedersi per quale motivo Renzi ha preferito optare per un’altra soluzione per la Farnesina?

FORZA RENZI

Ricordo che in tempi “non sospetti” (subito dopo le ultime elezioni) scrissi (Una vittoria di Pirro tira l’altra), mentre Vendola parlava a vanvera di vittoria e Bersani stava per cominciare la sua suicida “mission impossible” per formare il nuovo governo, che l’unica soluzione che i partiti tradizionali (non il Movimento 5 Stelle, per intenderci) potevano tentare per uscire dall’empasse in cui i risultati elettorali li avevano catapultati era dare vita a un governissimo PD-PDL.

Una soluzione che “a Grillo, ai centristi e una certa sinistra farà gridare allo scandalo, all’inciucio … ” ma anche l’unica che avrebbe potuto evitare loro di ritrovarsi, la volta successiva, di fronte a un plebiscito pro-Grillo. Perché “… se il governissimo, in sei mesi, un anno o più qualcosa di buono riesce a fare … il prossimo esito elettorale per PD, PDL e alleati potrebbe essere diverso“. Così fu … purtroppo non senza aver prima perso tutto il tempo possibile a scegliere il … “vecchio” presidente della Repubblica, i presidenti di Camera e Senato, i “saggi” incaricati di fare cose che nessuno ha poi ascoltato (e non c’erano dubbi al riguardo) e via elencando.

Ora, è evidente a tutti (a Renzi, che non è sicuramente sprovveduto, “in primis”) che dopo non sei ma nove mesi di governo Letta siamo ben lontani dalla soluzione di cui sopra: in pratica non s’è parlato d’altro che della decadenza di Berlusconi, del nuovo nome da dare a questa o quell’altra tassa e di Letta e del suo governo che devono durare almeno fino al 2015 (e chiedetevi perché …). Niente riforma elettorale, niente riduzione del numero dei parlamentari, nessun taglio serio ai costi della politica e, come non bastasse, nessuna ripresa economica, nessun “altolà” all’Europa e alle sue follie e Paese (come potrebbe essere altrimenti?) sempre più allo sbando.

E’ chiaro che bisogna cambiare rotta, velocemente e drasticamente. Ed è quello che in qualche modo Renzi (dei cui “supporter”, sia chiaro, non faccio parte) sta tentando di fare. Bisogna cambiare la legge elettorale? Benissimo, si mettono d’accordo i due partiti che hanno i numeri per farlo e ci si prova seriamente. Anche perché gli altri (compresi i 5 Stelle e le loro “consultazioni on line”, che dicono tutto e niente) finora hanno fatto solo chiacchiere. Servono governabilità e chiarezza negli schieramenti? Perfetto, ci si muove in quella direzione, altrimenti altro che “partitini”, si rischia il ritorno al proporzionale e l’Italia ha già dato fin troppo al riguardo. Si deve ridurre la politica e semplificare il funzionamento della macchina statale? Benissimo, via Senato e Province e Regioni ricondotte “a ragione”: una riforma che può piacere o non piacere (e a me, almeno per quanto riguarda le province, non piace) ma almeno è un passo verso il cambiamento.

Parte la proposta ed ecco, dopo mesi di colpevole ignavia, che tutti o quasi si mettono a urlare. Quelli di sinistra perché Renzi ha incontrato Berlusconi (e con chi doveva parlare se il leader di Forza Italia è lui?), quelli del Centro e del Nuovo Centro Destra perché a loro il ruolo dei partitini sta proprio stretto (scommettiamo che se fossero stati ancora con Berlusconi, l’avrebbero pensata diversamente?) e quelli che contro lo sono a prescindere perchè … in fin dei conti stanno facendo il loro mestiere.

La ragione parla, il torto urla” più o meno diceva un vecchio proverbio … che potremmo in questa occasione accompagnare al più noto “La lingua batte dove il dente duole“. Resta il fatto che qualcosa il nuovo segretario del PD sta tentando di fare. Non so se ce la farà, non so se le proposte che ha studiato con Berlusconi andranno avanti. So che se si continua a non fare nulla o peggio, ad andare avanti così, il disastro è assicurato.
Per cui FORZA RENZI, piaccia o non piaccia!

berlusconi-renzi-doriangray

 

LA SVOLTA DEI 40ENNI DI LETTA? MA ANCHE NO!

Si, lo so, domani è Natale, per cui siamo tutti bravi e buoni e la giornata di oggi dovremmo passarla a farci gli auguri … Col cavolo! Prima dite a quello di smetterla di fare le conferenze stampa “parafondoschiena” (suo, ovviamente) giusto un attimo prima della vigilia … poi, forse, mi adeguo. Ecchecavolo … va bene che Natale, le ferie e le altre “feste comandate” sono, per una certa politica, il momento buono per “far passare” tutto ciò che normalmente non sanno come far digerire … ma c’è un limite a tutto: e con ‘sta storia dei quarantenni, abbiate pazienza, Letta il limite l’ha proprio superato.
letta-quarantennePosso capire che ha lì sotto il “trentenne” Renzi (che poi ne ha 38) che spinge ma a lui, che con gli immarcescibili “over” è sempre stato “pappa e ciccia”, l’etichetta di “quarantenne” (che poi ne ha 47) sta proprio un po’ stretta: soprattutto per noi “cinquantenni” (che poi ne ho “solo” 53), che ci troviamo di punto in bianco così, ignorati e messi nel dimenticatoio. Ma anche no!
Perché? Dovete sapere che noi cinquantenni i sessanta, settanta e anche ottantenni di oggi ce li siamo sempre trovati davanti. Sul lavoro, nei partiti, nelle istituzioni … erano sempre lì, non schiodavano mai. Buona parte di loro il “posto” se l’erano conquistato nei mitici anni ’60/’70, quando era più difficile essere disoccupati che occupati, anche se (e diciamolo, una volta tanto …) il titolo di studio di cui si fregiavano, molti se l’erano conquistato più con il “18 politico” che per studio e conseguente merito.
Di questi “ex sessantottini” l’Italia è ancora oggi piena: ieri tutti contro il sistema, poi giù a farne parte, in maniera così radicata da diventare praticamente inestirpabili. Perché loro il posto l’hanno avuto, il ruolo pure, la pensione anche e, com’è noto, i “diritti acquisiti” non si toccano …
Noi cinquantenni, invece, siamo quelli che se è andata bene (ma proprio bene) siamo più o meno riusciti non a salirci ma ad attaccarci al carro … Nel senso che il lavoro l’abbiamo avuto, questo sì, ma ora si rischia ogni giorno di non averlo più in un’età in cui, è risaputo, non ti prende più nessuno. E la pensione? Figuriamoci, noi siamo quelli che ce l’hanno lì davanti come l’asino ha la carota e va già bene se, oltre alle beffe di questo continuo procrastinare, non ci siamo presi anche il danno toccato a quei poveracci (non me ne vogliano) degli “esodati”.
Non bastasse tutto ciò, c’è pure il fatto che di noi e dei nostri problemi non parla mai nessuno; in tema di occupazione, per esempio: dei giovani senza lavoro se ne parla in continuazione ma se ti sbagli a essere disoccupato a 50 anni sono tutti cavoli tuoi. E perché, di grazia? Non dobbiamo forse ancora lavorare minimo minimo 15 anni?
Per cui, caro Letta, guardati bene allo specchio (che, detto “inter nos”, sembra che ne hai 60 di anni!), fai quello che devi fare (compreso occuparti di noi cinquantenni, che poi siamo quelli che i ventenni disoccupati li continuiamo a mantenere) e piantala lì di correre dietro a Renzi … che quella dell'”appeal” più o meno giovanile non è proprio la strada migliore da intraprendere!

LA NOSTRA PAZIENZA HA UN LIMITE

Antidemocratici, populisti, sfascisti (definizione a cui qualcuno ha presto tolto la prima “s”) … questi sono alcuni dei tanti epiteti che ho visto in questi giorni rivolgere a “quelli del 9 dicembre”: gente che a Biella come altrove (con qualche doverosa eccezione, come sempre avviene) è apparsa a tutti arrabbiata ma comunque cortese, stanca ma ancora disponibile, esasperata ma in ogni caso con ancora tanta voglia di fare.

basta-castaPer studiata semplificazione più che per innocente semplicità, media e “addetti ai lavori” li hanno chiamati “forconi”, pur trovandosi davanti un movimento variegato, articolato e diffuso sul territorio. Una capillarità e una determinazione che ha spaventato alquanto l’”apparato”, che non ha esitato a sfruttare al meglio le proprie armi: facendo passare un’informazione distorta (mai visti i TG così tanto di parte, tutti all’unisono), richiamando all’ordine le forze di polizia (colpevoli di aver “forse” solidarizzato con i manifestanti) e lanciando appelli e anatemi nei confronti delle istituzioni, invitandole a “serrare le fila” (tanto non sono loro, capo del Governo o ministro dell’Interno, ad avere a che fare direttamente con la gente).

Risultato? S’è visto, una volta di più, quant’è grande e purtroppo incolmabile la distanza che separa il vertice dalla base, la “casta” dal “paese reale”. Quelli arroccati nei palazzi, gli altri nelle strade a protestare. Loro a lanciare appelli dalle televisioni, gli altri a sbeffeggiarli via Internet.

L'incontro dei manifestanti con il Sindaco di Biella, Dino Gentile

L’incontro dei manifestanti con il Sindaco di Biella

E’ evidente che così non si va da nessuna parte … perché senza lavoro non si crea ricchezza, senza ricchezza non ci sono consumi e senza consumi qualsiasi mercato non sta in piedi. Se poi ancora lo si penalizza con un sistema fiscale a dir poco oppressivo, la frittata è fatta, lo capisce anche un bambino.

E a Roma? A Bruxelles? Perché non lo capiscono? Non sono stupidi, lo sanno benissimo che, avanti così, non si risolve nulla … però “loro” devono difendere lo “status quo”, ovvero quel contorto disegno di Europa che l’Italia, nelle condizioni in cui è (come pure la Grecia, la Spagna, il Portogallo e domani anche la Francia), non riesce a seguire.

Cosa vogliono “i forconi”? Abbattere questo sistema, a Biella come a Torino, in Sicilia come nel Triveneto. Vogliono un Paese (e un’Europa) che sia a fianco dei cittadini, che li protegga, che difenda le sue imprese, il lavoro di tutti, la vita di tutti. Un’Italia che tassi ma non tartassi, che accolga ma che non sia invasa, che applichi regole purché chiare e valide per tutti. Un Paese, insomma, che funziona e paga ciò che deve e che, se ti trovi in difficoltà, ti aiuta e non ti uccide con Equitalia e le mille penali che ti ritrovi subito applicate.

Ci vorrà del tempo ma il primo passo è stato fatto. Ora è chiaro che qualcosa cambierà, con le buone o con le cattive: perché tutto ha un limite, anche la pazienza degli Italiani.

Il corteo del 9 dicembre per le vie di Biella

Il corteo del 9 dicembre per le vie di Biella

“Fondo” pubblicato sul bisettimanale La Nuova Provincia Di Biella di mercoledì 18 dicembre 2013 (clicca questo link per l’articolo in originale)