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PRODI PRESIDENTE? NO GRAZIE!

16/04/2013

COSE CHE SAREBBE DAVVERO MEGLIO SAPERE
PRIMA DI PROPORRE PRODI ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA

Romano Prodi

Romano Prodi

Siamo a fine settembre del 2006, e l’allora presidente del Consiglio, Romano Prodi,  è chiamato (meglio sarebbe dire “costretto”) a riferire in Parlamento in merito a uno dei tanti pasticci che rischiano di affondare il suo giovane ma già traballante governo.
E’ il caso Telecom, azienda dalla quale un progetto messo a punto dal suo consigliere economico, Angelo Rovati (che poi rassegnerà le dimissioni), propone di staccare la rete per conferirla a una nuova società partecipata dalla Cassa Depositi e Prestiti (in pratica una nuova statalizzazione).
A un certo punto Prodi, che dichiarerà sempre di non essere a conoscenza dei particolari di quel piano, nel tentativo di difendere la sua posizione argomenta, con una certa dose di supponenza, che per lui fare altrimenti “sarebbe come sconfessare parte della mia storia professionale, visto che da presidente dell’IRI … ho avviato uno dei più consistenti processi di privatizzazione intrapresi in Europa”. E’ la goccia che fa traboccare il vaso: per nove volte Prodi, negli anni più volte messo sotto accusa per ciò che ha fatto all’IRI, viene interrotto dai fischi dell’opposizione; tuttavia, testardamente, cerca di completare la frase finché la seduta viene interrotta.
Ha imparato la lezione? Nossignori … allora come oggi (la testardaggine certo non gli manca) il Professore rivendica i “successi” da lui ottenuti con la privatizzazione dell’IRI: un’operazione che, ovunque su Internet, viene, nel migliore dei casi, etichettata come “svendita”, non certo come “vendita” (con relativi profitti) dell’industria di Stato italiana.

C’era una volta l’IRI
Un piccolo cenno storico: l’IRI (acronimo di Istituto per la Ricostruzione Industriale), creato da Benito Mussolini nel 1933 per evitare il fallimento delle principali banche italiane (Banca Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma), nel dopoguerra, allargato con molte acquisizioni il proprio ambito di intervento, fu di fatto l’ente che modernizzò e rilanciò l’economia italiana. Ancora nel 1980 era un gruppo formato da circa 1.000 società, con più di 500.000 dipendenti; e nel 1993, cioè un anno dopo essere diventato una società per azioni, figurava ancora al settimo posto nella classifica per fatturato delle maggiori società del mondo. Dieci anni più tardi (2002), dopo un intenso programma di privatizzazioni, il gruppo fu liquidato.

Uno degli ultimi loghi di IRI

Uno degli ultimi loghi dell’IRI

Prodi, che in questo periodo è stato per due volte presidente dell’IRI (dal 1982 al 1989 e poi dal 1993 al 1994) e altrettante Presidente del Consiglio dei Ministri (dal 1996 al 1998 e dal 2006 al 2008), di questo processo di smantellamento dell’industria pubblica italiana è stato, senza tema di smentita, il principale interprete.
Un’operazione che, va ricordato, è stata attuata negli stessi anni in cui il debito pubblico italiano è schizzato alle stelle. Per intenderci … con le dismissioni lo Stato avrebbe dovuto se non guadagnarci, almeno non perderci; ma, com’è noto, le cose andarono diversamente.
E dire che con le cosiddette privatizzazioni furono smantellati settori trainanti dell’economia italiana: come quello agro-alimentare (acquisito da gruppi inglesi, olandesi ed americani), come la siderurgia di Stato, l’Italtel, l’Imi e la Nuovo Pignone dell’Eni. Furono inoltre privatizzate Telecom (finita poi nelle mani di Tronchetti Provera, contro cui oggi Grillo spesso si scaglia) e in parte anche Enel ed Eni; e poi furono vendute banche (Comit, Credit e via elencando) e aziende di grande prestigio come l’Alfa Romeo, che il gruppo deteneva attraverso Finmeccanica.

La prima volta di Prodi all’IRI

Prodi con De Benedetti

Prodi con De Benedetti

Prodi, che a Bologna è cresciuto professionalmente e politicamente all’ombra di Beniamino Andreatta ed è già stato per qualche mese (da novembre 1978 a marzo 1979) ministro dell’Industria in uno dei tanti governi Andreotti (è di quel periodo l’allora famosa “Legge Prodi” per il salvataggio delle grandi imprese in crisi), arriva all’IRI alla fine del 1982, su nomina del governo Spadolini. E’ in quota alla DC di De Mita, di cui Andreatta, che è anche legato al direttore di Repubblica, Eugenio Scalfari e al suo finanziatore, Carlo De Benedetti, è uomo di fiducia. E dato che nei “palazzi” vige la proprietà transitiva …
Prodi rimane alla testa dell’IRI sette anni (fino al novembre del 1989). Vende un certo numero di società e alla fine presenta bilanci tutto sommato accettabili. Peccato che, col senno di poi, apparirà evidente che, a fargli fare bella figura è stato lo Stato, che in quegli anni, ampliando a dismisura il proprio debito pubblico, versa nelle casse dell’IRI 41mila miliardi di lire: importo pari a una volta e mezzo di ciò che l’ente ha ricevuto dalla data della sua fondazione.

La vicenda SME
Di quel periodo (1985) è lo sventurato tentativo di svendere la Sme (il settore alimentare del gruppo, ovvero Motta, Alemagna, Star, Cirio e via elencando) alla Buitoni di De Benedetti. Per Prodi il tutto dovrebbe andare all’Ingegnere per 497,5 miliardi pagabili in vari anni: una somma irrisoria (930 lire per azione contro le 1.290 della quotazione in borsa), tenendo anche presente che, al momento, nelle casse della Sme ci sono 80 miliardi di liquidità (che andrebbero a De Benedetti).
doppio-frodiL’operazione viene fermata dall’allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, che annulla l’accordo e indice una gara al miglior offerente. Salta fuori un gruppo di imprenditori composto da Berlusconi, Barilla e Ferrero che fa un’offerta più vantaggiosa. A quel punto De Benedetti ricorre al Tribunale, che gli darà poi torto. Segue il solito strascico di appelli, cause e controcause che alla fine (c’erano dubbi?) vedono il solo Berlusconi accusato di corruzione (verrà assolto nel 2004).
La vendita, comunque, per il momento non si fa. Per la cronaca, anni dopo (tra il 1993 e il 1996), il gruppo verrà venduto un pezzo per volta, con ricavi di gran lunga superiori: 2.200 miliardi di lire, ovvero quasi cinque volte il prezzo che Prodi aveva a suo tempo fissato.

La svendita dell’Alfa Romeo

La svendita dell'Alfa Romeo alla Fiat

La svendita dell’Alfa Romeo alla Fiat

Altra perla, quest’ultima purtroppo “andata a buon fine”, del Professore è la svendita dell’Alfa Romeo alla Fiat. Nel 1986 il “biscione” è da tempo in crisi; tuttavia la Ford americana, che ha interesse a entrare con un marchio di prestigio nel mercato europeo, offre 3.300 miliardi di lire (qualcuno parla di 4.000) per la sua acquisizione. Prodi invece cede tutto alla Fiat per 1.050 miliardi, da corrispondere in cinque rate senza interessi (con prima rata da pagare nel 1993!), 4.000 miliardi di investimenti entro il 1995 e molti posti di lavoro da tagliare per recuperare competitività.
Va ricordato che Fiat (che alla fine per l’affare pare abbia sborsato soltanto tra i 300 e i 400 miliardi) dieci anni più tardi, con Prodi presidente del Consiglio, beneficiò di un ampio programma di “incentivi rottamazione” … e quindi, è proprio sbagliato parlare di Alfa Romeo regalata agli Agnelli?
E’ finita qui? Assolutamente no: le cronache del tempo ricordano le “stranezze” della vendita del 26% di Italtel a Stet e della cessione del Banco di Santo Spirito alla Cassa di Risparmio di Roma; ma anche la bizzarra gestione di Finsider che alla fine (1988) l’IRI mise in liquidazione, dopo aver trasferito le parti più significative nella neo-costituita Ilva oggi all’onore delle cronache.

IRI: il ritorno di Prodi
Con l’uscita di De Mita da Palazzo Chigi, anche Prodi lascia l’IRI. Gli succede Franco Nobili che, nonostante sia alla guida dell’ente da poco tempo, nel 1992, quando scoppia Tangentopoli, diventa il colpevole di tutto ciò che l’IRI ha fatto (o si suppone abbia fatto). L’arresto di Nobili riporta Prodi all’IRI, su incarico di Carlo Azeglio Ciampi. Inizia così un biennio (1993-1994) in cui il professore “completa l’opera” a suo tempo intrapresa, occupandosi in particolare della privatizzazione di Comit e Credit, le due principali banche IRI. Anche in questo caso per lo Stato è un “affarone”: Prodi rifiuta le offerte dei privati guidati da Cuccia e va alla ricerca di un’azionariato diffuso che, alla fine, partorirà il solito topolino, destinato presto a finire nelle grinfie del patron di Mediobanca.

Da boiardo a politico

Il rilancio di Fiat

Il rilancio di Fiat

La vittoria di Berlusconi alle elezioni del 1994 pone fin al secondo mandato del Prodi “boiardo di stato”. Il professore a quel punto diventa un politico a tutti gli effetti: fonda L’Ulivo (1995) e, dopo aver vinto le elezioni del 1996 (anche se il Polo di centrodestra ha preso 300mila voti in più ma la legge elettorale, già allora, è quello che è), diventa presidente del Consiglio.

Non dura tanto (viene sfiduciato nel 1998 da una parte di Rifondazione Comunista) ma quel che basta, oltre che per dare 5.000 miliardi di lire e più a Fiat con gli “incentivi rottamazione” e per fare “affaroni” come l’acquisizione di Telekom Serbia (società, nella migliore delle ipotesi, comprata a 100 e rivenduta, anni dopo, a 50), per riportare l’Italia nel Sistema Monetario Europeo; e creare così le condizioni per il suo ingresso nella moneta unica europea (con un cambio lira-euro che risulterà poi molto penalizzante).

Prodi all’UE: la peggiore presidenza della storia

Prodi presidente europeo

Prodi presidente europeo

Nel 1999 viene nominato presidente della Commissione Europea, dove, inizialmente almeno, gode dell’ampio appoggio dei parlamentari europei popolari e socialdemocratici.

Nel corso del suo mandato entra in vigore l’Euro (gennaio 2002) e viene attuato un’allargamento indiscriminato dell’Unione ad altri dieci paesi (Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria).
La presidenza Prodi, che dura cinque anni, dal 1999 al 2004, è in generale ricordata come “la peggiore della storia dell’Unione Europea”. Prodi, sempre impacciato e autore di numerose “gaffes”, viene presto considerato inadeguato, poco credibile e privo di autorevolezza (per approfondire l’argomento: http://www.qelsi.it/2013/quando-la-stampa-estera-definiva-prodi-il-peggior-presidente-della-commissione-europea/); non in Italia, però, dove il Professore è ormai diventato il “punto di riferimento” del centrosinistra italiano.

Il ritorno in Italia e l'”affollato” Prodi II
Dopo aver vinto le “primarie” del centro sinistra, Prodi, nel 2006, vince le elezioni nazionali con uno scarto minimo (circa 25mila voti); e così ottiene da Napolitano, nel frattempo diventato presidente della Repubblica, il via libera per il suo secondo mandato.

Prodi con Bersani a Milano

Prodi con Bersani a Milano

Avendo una maggioranza risicatissima (che presto diventerà una sostanziale parità in Senato), Prodi, nel tentativo di coinvolgere quanti più esponenti possibili del variegato schieramento che lo sostiene, dà vita al governo più numeroso della storia della Repubblica: in totale, fra ministri, viceministri e sottosegretari, sono 102 persone.

Alla faccia dell'”austerity” di cui tanto s’è parlato in campagna elettorale! Di quel periodo si ricordano le annunciate liberalizzazioni di Bersani (che portarono in piazza migliaia di persone delle più svariate categorie, dai tassisti ai farmacisti); e poi le sceneggiate sulla base Usa di Vicenza (la Dal Molin), sulla riforma del Welfare e sull’indulto, che questa volta videro a manifestare in piazza anche esponenti del Governo in carica, dai ministri di Rifondazione a Di Pietro.
Poi arriva il momento di trasformare i Pacs in Dico (la normativa per regolamentare le convivenze) e questa volta a dissentire è l’ala cattolica dello schieramento; mentre altri ministri solidarizzano con gli esponenti del Gay Pride.

La prima e la seconda sfiducia
Il Governo (per la precisione il ministro degli Esteri, D’Alema) viene sfiduciato una prima volta all’inizio del 2007, quando si vota per la missione militare in Afghanistan e sull’ampliamento della Dal Molin di Vicenza; ma c’è anche la strana gestione (in cui è coinvolto anche al leader di Emergency, Gino Strada) del rapimento del giornalista de La Repubblica Daniele Mastrogiacomo; per la cui liberazione si parla di uno scambio di prigionieri con la formazione filo terroristica di Hamas.

La vicenda Prodi - Sircana

La vicenda Prodi – Sircana

Napolitano rimanda Prodi in Parlamento, dove si presenta con un piano articolato su 12 punti. “Decido io e, a nome del Governo, parla solo Silvio Sircana” dichiara il Professore; ma presto il portavoce darà le dimissioni, perché pizzicato a parlare sì, ma con un viados. Come pure si era dimesso, come già detto all’inizio, il suo consigliere economico, per la vicenda del piano Telecom.
Il Governo presto diventa un luogo dove ogni ministro fa ciò che vuole, portando avanti provvedimenti che altri esponenti della coalizione contestano o comunque non approvano. Un’agonia che dura meno di un anno e termina in Senato, con il ritiro dell’appoggio da parte del Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, e di alcuni altri esponenti della coalizione.

Prodi lascia la politica?

Prodi, il ri-ciclato

A quel punto Prodi dichiara di “aver chiuso con la politica italiana e, forse, con la politica in generale” … salvo riapparire, come ha sempre fatto, quando c’è qualche carica vacante di grande prestigio (per esempio la Presidenza della Repubblica).
Nel frattempo, (anche se in Italia, come al solito, nessuno ne ha parlato) Prodi è stato condannato dalla Corte di Giustizia Europea per azioni compiute quando era Presidente della Commissione. In particolare (fatti che risalgono al 2002-2003 e si riferiscono alla contorta vicenda Eurostat) per aver fornito al Parlamento Europeo notizie false e non documentate, per aver emesso comunicati che mettevano in dubbio l’onorabilità di alti dirigenti che non si erano sottomessi alle sue imposizioni e per aver tentato di ostacolare la giustizia. Un vizio (quello di dire e non dire) che, evidentemente, il Professore non ha mai perso: sono “solo” 35 anni che l’Italia aspetta di sapere da chi ha veramente avuto la soffiata che Moro era custodito dalle BR a Gradoli o in via Gradoli …
Pensate se fosse andato Berlusconi in un tribunale a spiegare che la soffiata l’aveva avuta tramite un piattino che si muoveva durante una seduta spiritica!

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